MONDAY NIGHT - Il sogno di una vita e quattro note per capirlo
| Musica - Storia della Musica |

Questa volta per guitarpub, un esperimento un pò particolare, una storia che forse non è una storia ma una metafora, un consiglio o forse una semplice realtà. Sicuramente è un esperimento di scrittura artistico-visiva basata sull’annullamento della sintassi in favore di un più marcato impatto visivo, localizzato nella presenza e nella differenza del corsivo rispetto al resto del testo.
Alla prossima. Buona lettura.
Il sogno di una vita e quattro note per capirlo.
E’ la prima volta, agganciamo la tracolla e imbracciamo la chitarra, stringiamo il manico e ci promettiamo con occhi persi a guardarla che ci impegneremo con tutte le nostre forze per far diventare un giorno la chitarra il nostro lavoro.
La seconda volta cominciamo a capire che forse, forse ci vorrà un pò più di quello che speravamo, quelle cavolo di sei corde sono dannatamente difficili da far suonare a dovere o come abbiamo sentito fare sui dischi.
Troppi errori.
Il tempo passa, il sogno rimane, dopo mesi e mesi passati con la stessa chitarra, le mani cominciano ad andare un pò più come vogliamo noi e un pò meno per come le obbliga il manico, si formano i primi calli sulle dita, i primi tagli sui polpastrelli e noi sorridiamo.
Le dita fanno male e noi sorridiamo ancora di più.
Gli errori sono ancora tanti ma almeno le dita fanno male, dicono che deve essere così.
Dopo tempo, quel disco, quello che abbiamo ascoltato tante volte da sapere a memoria anche la parte di basso, quel disco che probabilmente è stato la ragione per cui siamo andati da nostro padre cercando di convincerlo che cominciare a suonare l’elettrica era una buona cosa, quel disco non è più una collina insormontabile.
Lo mettiamo nello stereo, accendiamo l’amplificatore e per magia stiamo suonando con lui. Le dita ormai fanno tanto male da non sentirle e noi ci facciamo l’occhiolino allo specchio.
Gli errori sono molti, ma cavolo, sto suonando con il disco.
Il tempo passa ancora, la chitarra cambia, troviamo degli amici con cui suonare, è tempo di una band. Accendiamo l’amplificatore, che cavolo è questo ronzio? Sono le dita che fanno troppo male e suonare in piedi è un’ impresa, in camera c’era lo sgabello su cui sedersi.
Gli errori sono di nuovo troppi.
Cambiano le band, cambiano gli amici e i compagni di gruppo, le chitarre cambiano sempre più spesso.
E’ ora di suonare dal vivo, le dita cominciano a soffrire meno il dolore.
Primi live, prime date di supporto ad altri gruppi. Finito il live l’amplificatore si spegne torna nel bagagliaio della macchina e noi torniamo in prima fila a sentire l’altro gruppo.
Si accende il “suo” di amplificatore, quel chitarrista è un fottuto mostro.
L’orgoglio fa male, la testa ancora di più, arrivati a casa sbattiamo l’amplificatore in garage e ci nascondiamo sotto le coperte.
Questi errori non spariscono mai.
Altro live, stessa storia, lui è sempre più bravo. Ma come cavolo succede che uno diventa un chitarrista?
Il giorno dopo il live ci alziamo, seduti guardando nel vuoto, l’orgoglio brucia ancora troppo.
Tutto tempo sprecato, non si può diventare dei chitarristi. Non può essere un lavoro
Riprendiamo quel disco, non quello che ci ha fatto comprare la chitarra, l’altro quello che ci ha fatto amare la musica. Lo ascoltiamo tutto il giorno.
Poi la sera lo spegniamo, carichiamo l’amplificatore in macchina e andiamo a prendere il bassista sotto casa. Comincia il live, è già tempo del nostro solo ma questa volta facciamo 4 note, solo 4 e proprio quelle quattro.
Che cavolo è successo, gli errori sono spariti?
No gli errori non sono spariti, assolutamente, sono sempre li.
Rimettiamo nello stereo quel disco e poi anche nella radio della macchina e poi anche nell’iPod. Senti che roba! Quattro note. Ma perchè proprio quelle?
Passa il tempo, le mani scorrono meglio, i calli sono più grossi, sorridiamo un pò di meno perchè questo cavolo di lavoro ci ruba il tempo per la chitarra. E il songno di lavorare come chitarrista?
C’è ancora, però prima devo pagare l’affitto.
Torni a casa stanco, ti cambi, carichi l’amplificatore in macchina e voli diretto al live, il bassista si arrangia.
Il live finisce, chiudi il bagagliaio della macchina ma al pub non c’è più nessuno da ascoltare, esce dalla porta un ragazzino con la maglia dei Maiden bello incazzato, ti guarda, ti urta e se ne va.
Saluti gli amici e sali in macchina, nello stereo risuonano sempre quelle quattro note, senti che musica!
Ecco cos’è! Musica! E’ sempre stata musica.
Però perchè quattro note?
No, non quattro note. Quattro note suonate bene e al posto giusto.
Sono solo quattro?
No, no, non hai capito, quattro note suonate bene e al posto giusto. Non sono quattro note, sono un emozione, la tua, la sua, la mia, un emozione di tutti, ognuno può tirarne fuori una. Bastano solo quattro note, se te ne servono di più serve più tempo per cercarle.
Adesso al pub sei l’ultimo a suonare, perchè l’affitto ti ha cambiato, le tue note parlano per te, sono sincere e non cercano per forza di essere le migliori, vogliono solo essere tue.
E’ vero, però non ho realizzato il mio sogno.
Continua a sognare intanto.
Ma perchè quel chitarrista del primo live era un mostro?
Perchè suonava le sue quattro note.
Però quel disco che mi ha fatto comprare la chitarra? In quel disco di note ce ne sono tante.
...
Le dita fanno ancora male?
Certo.
E gli errori?
Sempre tanti.
Quante note hai suonato questa sera?
Tante
Non ci credo.
No, è vero. Quattro. Sempre le mie quattro, però non mi hai ancora risposto. Quel disco che mi ha fatto comprare la chitarra? In quel disco di note ce ne sono davvero tante.
Non è vero.
...
In quel disco ci sono tante emozioni tante quante sono le note.
Ma non servivano quattro note per un emozione?
Per le tue emozioni ora bastano quattro note. Piano piano te ne serviranno di più e poi ancora e ancora, ma partirai sempre da queste quattro.
Se diventerai un chitarrista saranno sempre le prime quattro che suonerai.
Intanto continua a suonare quelle quattro, le mani devono sempre far male, poi comincia a suonarne sei, poi otto e via dicendo. In quelle quattro note però c’è anche il tuo sogno. Tienitelo sempre forte perchè senza non arriverai mai a suonare otto note.
Ora forse è meglio che vai a dormire, domani si lavora.
Ma quel disco allora?
Eh quel disco è Jimi Hendrix, questo è il problema.
Francesco Sicheri









Commenti
sembra dirti che il sogno rimarrà sempre un sogno.
Comunque per me l'ossessione degli errori è sbagliata...nel suonare ci stanno anche gli errori, le sporcature, che possono dare anche colore...un bending tirato con sotto il casino di aver preso tutte e 6 le corde per una sola nota...al momento giusto questa sola nota può dire tutto! (4 note al momento giusto :) )
hendrix era sporchissimo ma ogni suo errore fa musica
veramente bel articolo molto diretto e sincero, e personalmente, giusto!
Ovviamente come ognuno di voi sta facendo, ciò che si racconta è interpretabile a modo proprio perchè un vero senso unico non c'è.
Forse posso dire che quella degli errori in realtà non era da leggere come un ossessione. ho utilizzato gli errori come per definire le prime tappe di noi chitarristi che ci avventuriamo nell'apprendimento,
A chi non è capitato di basare i propri miglioramenti sulla presenza o meno di determinati errori, ecco, il chitarrista fantomatico in questione è questo che fa...ho solo utilizzato i tanti pochi e via dicendo come per scandire il passare del tempo...
che gli errori ci siano sempre è verissimo...non per niente in fine gli errori sono sempre tanti...
Bellissimo articolo
secondo me andare fuori tempo per leggerezza nello studio è un errore ancora più grave... o interpretare il pezzo in maniera piatta e priva di dinamiche ancora peggio...
secondo me ci sono errori "sfiga" ed errori commessi da chitarristi scarsi e con poco senso della musica... e ne ho visti parecchi... fidatevi! :)
Ovviamente ci sono errori ed errori, ed anche qui ognuno hai propri, più o meno gravi. Alcuni errori non possono essere concessi altri si, quelli che non possono essere concessi sono quelli che bisogna riparare per suonare musica al suo stato brado, come sicuramente il timing.
Ovviamente in questo articolo/racconto non ho potuto specificare quali errori, altrimenti si sarebbe perso il lato artistico e avrei semplicemente scritto un mio trattato sull'approcciarsi alla chitarra cosa ben lontanta dai miei intenti.
Sono contento di vedere così tante risposte, vuol dire che sono andato a toccare corde care a tanti.
Grazie!
hai veramente centrato il problema, ci vogliono i "chilometri" per riuscire ad esprimere quelle 4 note, non c'è video didattico che ti insegnerà quali sono le "TUE" 4 note, forse (non odiatemi) bisogna studiare un pò meno, magari rinunciare al sogno di suonare satriani nota per nota (tanto lui farà sempre meglio di noi, ma non per un discorso tecnico, ma perchè sono le "SUE" note).
Dobbiamo suonare di più, e rischiare quando lo facciamo, solo così, uscendo dalle frasette imparate nelle tablature, svilupperemo il nostro linguaggio. per chiudere, cito un'intervista fatta a Robert Fripp, nella quale diceva:"stavo suonado, e ad un certo punto ho SENTITO la nota da suonare, e l'ho suonata, poi ho SENTITO l'altra e l'ho suonata, e così via... capii che qualcosa si era smosso dentro di me e, mentre suonavo, iniziai a piangere dalla gioia".
Beh, io sono dell'idea che gli errori derivino da una mancanza di padronanza dello strumento e/o dalla difficoltà del pezzo che si sta suonando.
Ad esempio l'altra sera vedevo un gruppo, e nella scaletta farcita di ligabue e i pezzi più brutti di vasco rossi ( scelti appositamente credo
Questa al mio paese si chiama mancanza di lucidità e soprattutto non saper riconoscere i propri limiti.
Secondo me è alla base del suonare live.
Suona quello che sai suonare, lascia fare agli altri determinate cose
Per chiudere il discorso credo che gli errori scendano in maniera inversamente proporzionale al livello di preparazione.
Quello che fai a casa, nella tua stanza, poi te lo ritrovi quando sei sul palco.
Se hai lavorato bene gli errori non ci saranno, e se capitano ( perchè capitano ) avrai la prontezza di non farli neanche capire.
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