Era l’inizio di quei dannati anni ‘90, bastardi e ruvidi al punto giusto, gli anni della Guerra del Golfo, della visita del Papa a Cuba e delle prime elezioni libere in Unione Sovietica.
Dal 1990 al 1991 vengono pubblicati quattro dischi che segneranno la storia e probabilmente anche la morte di un genere. Nevermind, Facelift, Badmotorfinger e Ten, la scena grunge esplode con fragore e inaspettato successo, il sound proveniente dalle periferie di Seattle dilaga anche su Mtv e gli anni 90 si costruiscono così una colonna sonora.
Ten esce il 27 agosto 1991 facendo dei Pearl Jam una delle band simbolo degli ultimi vent’anni, da allora schiere di fan fra i più fedeli sfogano la loro rabbia sulle note della band statunitense, lasciandosi trasportare dai tormenti di Vedder, unico e impareggiabile interprete dei testi dei Jam...
Parlare della biografia di una band così nota sarebbe compito troppo facile e in fondo anche noioso, non sono nemmeno i primi anni 90 quelli di cui vogliamo discutere, bensì tutto ciò che successe dopo il boom iniziale del grunge lungo le strade dei Pearl Jam.

Negli ultimi anni si è fatto gran parlare dello stato di salute di una band che ormai più tanto giovane non è, ma che sembra mantenere intatta quella carica compositiva ed espressiva che li ha sempre caratterizzati. Forse, Eddie ha abbandonato qualche fantasma al passato anche se la bottiglia sul palco se la porta sempre, forse sarà che il gusto musicale della band si è adattato a inevitabili cambiamenti sociali e musicali che si sono avvicendati da quel 1991 ad oggi, sarà probabilmente un misto di tanti motivi, fatto sta che i Nostri sono più “alive” che mai, perdonate la citazione, sempre coerenti con se stessi e sempre legati in un forte abbraccio con i propri fan.
Innegabile che paragonando l’ultimo “Backspacer” a “Ten” o “VS” ci sembrerà di ascoltare due band differenti, ciò però non vuol dire che Vedder e soci si siano venduti al miglior offerente, anzi, ascoltando bene ritroveremo sempre l’anima di un gruppo alla continua ricerca di se stesso e sempre attento a ciò che succede attorno.
Dalla rabbia di Even Flow ne è passata davvero tanta di acqua sotto i ponti e probabilmente chi ascoltava i Pearl Jam per la sola forza devastante di alcuni brani resterà notevolmente deluso da ciò che la band è diventata. Chi invece ha sempre amato la vena malinconica dei loro racconti, le sporche atmosfere dalla vena un pò profetica, i testi tormentati cantori di instabilità emozionale e emarginazione, certamente non resterà deluso.
Il pessimismo di Vedder è un pò calato ma sempre vivo, i nuovi testi sono più propositivi che distruttivi e le atmosfere talvolta si sono fatte più cantautorali che propriamente rock, il tutto sempre in pieno stile Pearl Jam, dalla prima all’ultima nota.
Un’ amicizia eterna li lega ai fan a cui continuano a regalare live intensi, trasudanti amore per il proprio lavoro e gratitudine per chi permette loro di conservarlo. I Pearl Jam non sono e probabilmente non erano nemmeno allora, nel 91, la “tipica” band grunge, se mai ne è esistita una.

Arrivare al 2010 in queste condizioni è sicuramente impresa degna di nota, la voce di Vedder graffia e ruggisce ancora, Gossard e McCready sono sempre rispettivamente alla destra e alla sinistra dell’istrionico frontman, con quell’aria da ragazzi della porta accanto che probabilmente sono sempre stati.
L’ultimo passaggio in Italia, lo scorso luglio all’Heineken Jammin Festival, ci ha portato una band davvero emozionante, con una storia importante alle spalle, in continua evoluzione ma sempre capace di riproporre i vecchi lavori con la stessa carica e forza.
Così, in un 2010 dove l’ambiente musicale pare più che mai in crisi, i Pearl Jam tornano a far sentire la propria voce, sia in studio che live, senza riportare la mente ad un nostalgico revival di anni che ormai sono passati, bensì guardando sempre al presente e all’immediato futuro.
Sperando di risvegliare in chi di voi non abbia mai preso in considerazione la band di Seattle per antipatia di “etichette musicali”, vi lascio con tre video:
un’esibizione di “Alive” del turbolento 1992, famosissima canzone dall’album Ten che raccontava i problemi familiari di Vedder, una versione recente di “Even Flow” dal live italiano Immagine in Cornice e un ultima incarnazione dei Jam nella ballad acustica “The End” tratta dall’ultimo Backspacer.
Francesco Sicheri
"Alive" Live 1992:
"Even Flow" Live in Italia "Immagine in Cornice":
"The End" Live in Seattle:
Commenti
Comunque Vedder resta una delle voci migliori del rock.
Li sento molto aggressivi ma mai un'aggresstività gratuita e fine a sè stessa, tutto ben ponderato e con arrangiamenti seri e non caciara ( come molti gruppi nei generi limitrofi )
Facevo alive con il mio vecchio gruppo, anche se un po più calma rispetto a quella del video postato da francesco
E arrivati all'assolo era una goduria...ihih
Molto bello secondo me l'unplugged e in particolare la versione di State of Love and Trust:
Citazione pantarai:
Col mio vecchio gruppo suonavo Even Flow... una goduria assurda!!! Troppo bella sia ascoltarla che suonarla! Anche se noi la suonavamo più lenta rispetto al video messo nell'articolo!
Io penso inoltre che i Pearl Jam abbiano alcuni fra i più bei testi di protesta sociale e di rivelazione interiore che si possano trovare.
Anche Alive ad esempio che è una delle Hit, ha un testo di non facile digestione, racconta i problemi di un figlio nel rapporto fra padre naturale e padre adottivo. Secondo me arrivare ad un successo così eclatante con una canzone del genere è una bella impresa, per quando orecchiabile la canzone possa essere
Anche questa canzone a me piace davvero molto:
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