Return To Forever - Romantic Warrior
| Musica - Recensione Dischi |
RETURN TO FOREVER - ROMANTIC WARRIOR (1976-Columbia)
Prima di affrontare questa recensione, partiamo da un presupposto matematico di una difficoltà tale da essere secondo solo alla fisica quantistica, pronti?
State attenti… 1+1+1+1=4!!!
Giusto? Confermate?
Mettiamolo da parte che ci torneremo dopo.
I Return To Forever erano una creatura del pianista Chick Corea, nati dopo l’abbandono di quest’ultimo della corte di “Re” Miles Davis, e nei seventies, erano diventati una delle tre band più importanti di fusion mondiale (per la cronaca le altre due erano Weather Report e Mahavishnu Orchestra).
A metà dei settanta, le due rivali stavano prendendo il sopravvento nel cuore dei fans del genere (soprattutto i Weather Report, che, prima assunsero il mito Jaco Pastorius, poi, con esso sfornarono quei due capolavori dai titoli “Black Market” e “Heavy Weather”, mentre la Mahavishnu rispondeva con il seminale “Birds Of Fire”).
I Return, anche a causa di continui cambi di line up, stavano perdendo la bussola ottenendo qualche buon risultato solo con Lp “Hymn Of The Seven Galaxy”, quand’ecco che la formazione si stabilizza in questo modo:
- Chick Corea – Piano, Tastiere
- Al DiMeola – Chitarra elettrica, Acustica
- Stanley Clarke – Basso, Contrabbasso
- Lenny White – Batteria, percussioni.
Voi adesso mi direte: “Caro Alex, qual è il senso di ‘sta introduzione di due ore?”
Ora ve lo spiego: questi quattro non si potevano vedere!
Ognuno di loro era ai vertici delle classifiche riguardanti i rispettivi strumenti, ed ognuno di loro aveva deciso che sarebbe diventato il leader della band.
Queste situazioni, normalmente, portano allo sfascio delle bands dopo aver fatto dischi brutti.
Infatti i Return si sfasciarono (dopo l’anonimo “No Mystery”), ma il disco in questione... CAPOLAVORO!!!!
“Romantic Warrior” non è altro che una guerra all’ultimo sangue fra quattro prime donne nonché maestri riconosciuti e al massimo della forma, sia tecnico/esecutiva, sia compositiva, non c’è un’attimo di tregua, se uno molla, l’altro rilancia, in una rincorsa esplosiva all’unisono più ostico o all’apertura più ardita.
Ascoltate l’opener “Medieval Overture” dominata da un Lenny White in stato di grazia, o il funky di “Sorceress” imbevuto di pesanti iniezioni elettriche della Gibson di DiMeola, il quale imperversa anche nella più rockettara “Majestic Dance”.
Stanley Clarke, dal canto suo, risponde con i velocissimi fraseggi del suo Alembic in “The Magician” mentre Corea ricama al piano l’acustica Title-Track, arricchita delle poderose plettrate alternate dell’Ovation del chitarrista italo-americano, preludio di quel che sarà il miliare album dal vivo con quei due “criminali” di Paco DeLucia e John McLaughlin (chi non ce l’ha, se lo procuri: “Friday Night In San Francisco”).
Per finire, e per non farci mancare niente, ecco la composizione finale, ovvero quella “Duel Of The Jester And The Tyrant (Part I & II)” che con i suoi 11 minuti risulta essere la più complessa e intricata composizione dell’album, e anche qui guerra all’ultimo sessantaquattresimo.
L’ottima registrazione (per quei tempi) aiuta a godersi appieno l’opera e i virtuosismi dei nostri eroi, e non facciamoci illusioni, qui c’è ben poca finezza e il comando al quale rispondono questi quattro sciagurati è uno solo: NIENTE PRIGIONIERI!!!
Per concludere:
Ottime composizioni e grandi esecutori, con il vantaggio di una produzione chiara e tirata a lucido, un disco da avere a qualunque livello, per capire che, quando quattro maestri si scontrano sul campo di battaglia di sei bellissimi brani, il risultato non può essere “normale”… non può essere…4!!!
Alex Cambise









Commenti
Complimenti ancora una volta!
RSS feed dei commenti di questo post.